PACE ALLA GUERRA.
REPORTAGE VIRTUALE STORICO-MUSICALE

Note di vita bellica in Carnia

Mi trovo spiazzato, impreparato, ignorante, fuori luogo, probabilmente anche incosciente ad accettare di mettere nero su bianco alcuni pensieri ad alta voce suggeriti da quanto contenuto nel reportage virtuale Note di vita bellica in Carnia, prima edizione di Pace alla Guerra.
Sentimenti contrastanti e tanti punti di domanda.
Ha senso a distanza di 100 anni riprendere in mano la storia della Grande Guerra, magari rivisitarla, studiarla, analizzarla…?
Ha senso nella misura in cui si esce dalla retorica, si guarda oltre i forzati paraocchi, si dà spazio e voce non solo ai testi ufficiali, ma anche ai diari della gente comune, si evita di citare ad ogni piè sospinto la parola Patria quale panacea giustificatrice di ogni scelta.
Ed è un po’ ciò che propone questo reportage virtuale che tra il serio ed il faceto, con la giusta dose di ironia e quel pizzico controllato di irriverenza facendo riferimento a specifici episodi o personaggi della Grande Guerra ne affronta alcuni aspetti.
In questo contesto alcuni termini assumono significati precisi ed i riferimenti non sono casuali: disobbedienza, sacrificio, diserzione, follia, ideologia, memoria.
Emergono le contraddizioni, le reticenze, le omissioni. Ed il pensiero corre ai quattro fucilati di Cercivento che attendono invano un riscatto; per ora hanno ottenuto ancora umiliazione e beffa considerato che per avviare la pratica di riabilitazione la Patria richiede che la domanda sia firmata dagli interessati. La gente di Cercivento, che ha subito anche l’oltraggio di vedere trasformata la chiesa in tribunale, ormai da tempo li ha riscattati dedicando loro una stele/monumento nei pressi del luogo della fucilazione.
E il pensiero corre alle mai stanche donne della Carnia che alla drammatica richiesta di aiuto della Patria si sono caricate la gerla sulle spalle con viveri e munizioni ed hanno fatto la spola al fronte par dâ une man a chei biâts soldâts (per aiutare quei poveri soldati) sicure che lungo il confine dove si trovavano a combattere i loro mariti e/o figli altre donne avrebbero fatto lo stesso.
Ma la Patria da un lato chiede e dall’altro toglie e così per paura di contatti troppo familiari con il nemico, la gente qui parla una lingua incomprensibile, si ordina lo sgombero di interi paesi: strano modo di dimostrare riconoscenza alla collaborazione.
Una Patria con la memoria molto corta tant’è che passeranno anni prima che le portatrici carniche vedano in qualche modo riconosciuto il loro sacrificio: la concessione del Cavalierato di Vittorio Veneto giungerà quando ormai l’esistenza di molte è già conclusa.
E l’assurdità della guerra, sui nostri monti, trova “l’un contro l’altro armati” uomini che fino a pochi giorni prima dell’inizio avevano lavorato insieme, amici, conoscenti. E così sul fronte non si spara e tra le trincee distanti pochi metri i soldati familiarizzano, si scambiano viveri e sigarette come racconta il diario di Job Vittorio Giovanni di Illegio.
Così non va, questa non è guerra! E infatti i Comandi mutano comportamento, sostituiscono i reparti e “finalmente” si spara; gli ordini che giungono sono spesso contradditori, insensati, incomprensibili. L’esito della Grande Guerra è noto e la dimensione della tragedia traspare dai numeri: dai soldati impegnati a quelli che perirono sul fronte, dai feriti agli invalidi permanenti, dai denunciati all’autorità giudiziaria militare per renitenza e per reati commessi sotto le armi ai processi, dalle diserzioni alle insubordinazioni, dalla disobbedienza alla codardia e all’autolesionismo, dalle fucilazioni al petto o alla schiena alle esecuzioni sommarie sul campo…
L’allora deputato carnico Michele Gortani il 7 ottobre 1918 a Roma, dinanzi alla Commissione d’inchiesta, istituita dopo la rotta di Caporetto e presieduta dal generale Carlo Caneva, elencò alcuni gravissimi errori rilevati durante la sua permanenza al fronte Carnia, come tenente degli alpini, e affermò tra l’altro:
“[…] Quello che allora io comunicai all’on. Bissolati,ministro della Guerra, si può così riassumere: le ostinazioni e gli errori del generale Cadorna e del nostro Stato Maggiore; l’ostinazione di voler fare offensive sempre troppo estese senza i mezzi adeguati; la preparazione generalmente insufficiente; lo sciupìo di vite; la carne umana opposta ai mezzi meccanici e sostituita ad essi; nessun arretramento a nessun costo, anche se ciò debba implicare il sacrificio della vita per migliaia di soldati tutti i giorni; il regime di terrore instaurato su tutta la linea; autocrazia unita a fatuità e superbia; non si ascoltano e non si valutano e non si permettono osservazioni; si chiede la fucilazione di chicchessia senza processo; si punisce chiunque osi esprimere opinioni o fare discorsi in disaccordo col pensiero del Comando…”
Basterebbero queste parole per uscire dall’enfasi patriottica e dar vita ad una rilettura obiettiva di quanto accaduto da proporre nelle scuole affinché la memoria non rimanga avvolta tra le nuvole evanescenti della retorica.
Pace alla Guerra può offrire un piccolo, ma significativo passo anche per le giovani generazioni verso la conoscenza, un nuovo stimolo a voler guardare, a distanza di 100 anni, con occhio diverso la Grande Guerra, soprattutto per non ricadere negli stessi errori.

Celestino Vezzi
Operatore Culturale